Data di Pubblicazione:
2013
Citazione:
Omero sconfitto. Ricerche sulla guerra di Troia dall'antichità al Rinascimento / Prosperi, Valentina. - (2013), pp. I-108.
Abstract:
n questo volume raccolgo tre saggi, nati attorno a un comune tema di ricerca: la pervasività del mito troiano nella cultura occidentale, dall’antichità all’età moderna. Sono stati pensati e scritti in un medesimo arco di tempo e ciascuno dei tre si completa e chiarisce in rapporto agli altri due.
Il mio interesse muoveva dalla curiosità per due testi latini della tarda antichità che si spacciavano per resoconti di prima mano dal fronte di Troia: i diari di guerra di Ditti il Cretese e Darete il Frigio, sedicenti testimoni dell’intero conflitto.
Erano chiaramente due impudenti falsari e pensavo che, se mai ne avessi trovate, le loro tracce nella cultura occidentale sarebbero state commisurate al loro scarso valore.
La realtà era tutt’altra e, man mano che procedevo nella raccolta dei dati, i due assumevano i contorni improbabili di veri giganti: autentici, esaurienti, sobri, ma soprattutto in latino (una finzione nella finzione spiegava che i diari erano stati a un certo punto tradotti in latino), Ditti e Darete avevano secondo ogni evidenza e per diversi secoli dominato l’Europa intera, avida di conoscere – e all’occorrenza di inventare – le proprie radici classiche.
In un certo senso, la fortuna del mito di Troia coincide in Europa con la fortuna di questi testi. Essi furono capaci di superare quasi indenni la soglia tra Medioevo e Umanesimo e di adattarsi a esigenze culturali e letterarie le più varie: dai cantari popolari alla poesia di corte, dalle compilazioni storiche medievali alla letteratura encomiastica rinascimentale. Ma perché l’Occidente, nonostante gli studia humanitatis, aveva riversato la sua inesausta passione per il mito troiano sulla versione di Ditti e Darete, sostituendo di fatto questi testi a Omero? In fondo, anche nell’età della scomparsa del greco non erano poche né di poco conto le opere latine disponibili al lettore di argomento direttamente o indirettamente troiano: dall’Eneide alle Eroidi ovidiane, dalle Metamorfosi alle tragedie senecane, dal Satyricon di Petronio all’Achilleide di Stazio. Ebbene, rispetto a questi testi, Ditti e Darete potevano reclamare un doppio vantaggio.
In primo luogo, l’Eneide e gli altri che ho citato non erano per loro stessa natura testi dai quali un lettore medievale ansioso di conoscere le gesta degli Achei e dei Troiani potesse ricavare gran cosa, una volta perdutasi l’orditura complessiva dell’Iliade: tanto le composizioni autonome (Eroidi, Achilleide), quanto i segmenti di opere più ampie (Eneide, Metamorfosi) condividevano, rispetto alla matrice omerica, un medesimo carattere, che potremmo definire integrativo. Erano testi pensati per essere letti e recepiti in rapporto ai poemi omerici, destinati a un pubblico colto che, sorretto dalla conoscenza diretta dell’Iliade (e dell’Odissea), ne avrebbe saputo apprezzare il carattere ora di devoto omaggio, ora di parodia, ora di orgogliosa sfida a Omero. E quando il greco scomparve dall’orizzonte culturale dell’Occidente, proprio questo carattere di preziosa superfetazione rispetto al testo-madre rese i testi latini sulla guerra di Troia irrimediabilmente mutili: anche per questo l’impegnativo ruolo di successor Homeri toccò proprio a Ditti e Darete, modesti manufatti tardoantichi; essi, tra tutti, narrano il mito di Troia “dall’inizio alla fine”.
In secondo luogo, Ditti e Darete si presentavano come testi veridici, documentari: gli unici in grado di restituire ai lettori la veritas di un evento in primo luogo storico, che i poeti, a cominciare da Omero, avevano stravolto con le loro finzioni.
Conoscere l’orizzonte di attesa dei lettori da un lato e l’intenzione dei testi dall’altro tuttavia ancora non dava la risposta all’interrogativo più ovvio
Il mio interesse muoveva dalla curiosità per due testi latini della tarda antichità che si spacciavano per resoconti di prima mano dal fronte di Troia: i diari di guerra di Ditti il Cretese e Darete il Frigio, sedicenti testimoni dell’intero conflitto.
Erano chiaramente due impudenti falsari e pensavo che, se mai ne avessi trovate, le loro tracce nella cultura occidentale sarebbero state commisurate al loro scarso valore.
La realtà era tutt’altra e, man mano che procedevo nella raccolta dei dati, i due assumevano i contorni improbabili di veri giganti: autentici, esaurienti, sobri, ma soprattutto in latino (una finzione nella finzione spiegava che i diari erano stati a un certo punto tradotti in latino), Ditti e Darete avevano secondo ogni evidenza e per diversi secoli dominato l’Europa intera, avida di conoscere – e all’occorrenza di inventare – le proprie radici classiche.
In un certo senso, la fortuna del mito di Troia coincide in Europa con la fortuna di questi testi. Essi furono capaci di superare quasi indenni la soglia tra Medioevo e Umanesimo e di adattarsi a esigenze culturali e letterarie le più varie: dai cantari popolari alla poesia di corte, dalle compilazioni storiche medievali alla letteratura encomiastica rinascimentale. Ma perché l’Occidente, nonostante gli studia humanitatis, aveva riversato la sua inesausta passione per il mito troiano sulla versione di Ditti e Darete, sostituendo di fatto questi testi a Omero? In fondo, anche nell’età della scomparsa del greco non erano poche né di poco conto le opere latine disponibili al lettore di argomento direttamente o indirettamente troiano: dall’Eneide alle Eroidi ovidiane, dalle Metamorfosi alle tragedie senecane, dal Satyricon di Petronio all’Achilleide di Stazio. Ebbene, rispetto a questi testi, Ditti e Darete potevano reclamare un doppio vantaggio.
In primo luogo, l’Eneide e gli altri che ho citato non erano per loro stessa natura testi dai quali un lettore medievale ansioso di conoscere le gesta degli Achei e dei Troiani potesse ricavare gran cosa, una volta perdutasi l’orditura complessiva dell’Iliade: tanto le composizioni autonome (Eroidi, Achilleide), quanto i segmenti di opere più ampie (Eneide, Metamorfosi) condividevano, rispetto alla matrice omerica, un medesimo carattere, che potremmo definire integrativo. Erano testi pensati per essere letti e recepiti in rapporto ai poemi omerici, destinati a un pubblico colto che, sorretto dalla conoscenza diretta dell’Iliade (e dell’Odissea), ne avrebbe saputo apprezzare il carattere ora di devoto omaggio, ora di parodia, ora di orgogliosa sfida a Omero. E quando il greco scomparve dall’orizzonte culturale dell’Occidente, proprio questo carattere di preziosa superfetazione rispetto al testo-madre rese i testi latini sulla guerra di Troia irrimediabilmente mutili: anche per questo l’impegnativo ruolo di successor Homeri toccò proprio a Ditti e Darete, modesti manufatti tardoantichi; essi, tra tutti, narrano il mito di Troia “dall’inizio alla fine”.
In secondo luogo, Ditti e Darete si presentavano come testi veridici, documentari: gli unici in grado di restituire ai lettori la veritas di un evento in primo luogo storico, che i poeti, a cominciare da Omero, avevano stravolto con le loro finzioni.
Conoscere l’orizzonte di attesa dei lettori da un lato e l’intenzione dei testi dall’altro tuttavia ancora non dava la risposta all’interrogativo più ovvio
Tipologia CRIS:
3.1 Monografia o trattato scientifico
Keywords:
Guerra di Troia; Omero; Ditti e Darete; Trojan Myth; Second Sophistic; Homer
Elenco autori:
Prosperi, Valentina
Link alla scheda completa: