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  1. Pubblicazioni

Federico Della Valle, «Reina di Scozia»

Capitolo di libro
Data di Pubblicazione:
2010
Citazione:
Federico Della Valle, «Reina di Scozia» / Sarnelli, Mauro. - II, Seicento e Settecento:(2010), pp. 89-97.
Abstract:
Il saggio consiste in una lettura, analisi e commento dell’«incipit» della tragedia, che soltanto nella terza ed ultima redazione (fatta stampare dall’autore nel 1628) viene ad essere costituito da un prologo pronunciato dall’Ombra del re di Francia, ossia Francesco II, il primo marito della protagonista.
L’aggiunta del prologo e la mancanza dell’articolazione in atti e scene allineano l’ultima redazione della «Reina di Scozia» alle due tragedie bibliche dell’autore, che con essa vengono a comporre un’«ideale trilogia della regalità» (Federico Doglio): «Iudit» ed «Ester», da lui fatte pubblicare nel 1627.
Trattandosi di una tragedia di argomento storico, per di più contemporaneo, si spiega la scelta di un personaggio storico, qui sotto la forma di ombra, come protagonista del prologo. L’introduzione proemiale dell’ombra è modellata sugli esempî di autori classici (in particolare Euripide e Seneca) e moderni (soprattutto Ludovico Dolce, Sperone Speroni e Giovan Battista Giraldi Cinzio), ma ancora più incisivo risulta il potere modellizzante del teatro prodotto nell’àmbito dei Collegi della Compagnia di Gesù, in latino e nelle varie lingue nazionali, con il programmatico intento di istituire una tragedia sacra, i cui protagonisti — in esplicita deroga al precetto aristotelico dell’eroe «intermedio» — siano «figurae Christi», di volta in volta presi dalla storia biblica, dai martirologi o dalla classicità.
Il primo «tópos» della drammaturgia classica reinterpretato dall’autore è quello relativo al luogo di provenienza dell’ombra, che non può naturalmente più essere il Tartaro, bensì il Purgatorio, un regno la cui dottrina era stata vigorosamente riaffermata nel «Decretum de Purgatorio», promulgato nella sessione XIV del Concilio di Trento (3-4 dicembre 1563), in aperta contrapposizione alle teologie delle chiese luterane e riformate.
Altri importanti «tópoi» introdotti dall’autore sono quelli relativi alla caducità umana, che attraversa tutto il prologo, nel quale è fortissima la derivazione dalla poetica del Tasso; alla metateatralità; al «thrênos» sulla catastrofe della protagonista, esemplare dell’incostanza delle sorti umane; ed all’orroroso senecano–giraldiano.
La raffinata tessitura stilistica del brano prevede un impiego pronunciato degli artifici poetici, il più significativo dei quali concerne la presenza della rima, che aveva dato luogo ad una polemica di lunga durata.
Il nuovo «incipit» della tragedia, improntato ad un “meraviglioso” solenne, è dunque concepito, e realizzato, sia come un contributo vòlto a reimmettere l’opera nella contemporaneità, fortemente caratterizzata dall’istanza neotridentina di cattolicizzare una Tradizione Classica e Classicistica nel cui unico fronte confluiscano quelle greca, latina, biblica e volgare; sia come l’estremo punto di riflessione dell’autore, in chiave al contempo etico–religiosa e politica, sul destino dell’uomo (e sul suo smarrimento) di fronte all’insondabile mistero di Dio.
Tipologia CRIS:
2.1 Contributo in volume (Capitolo o Saggio)
Keywords:
Della Valle, Federico; Letteratura italiana, secc. 16.-17.; Tragedia, secc. 16.-17.; Classicismo
Elenco autori:
Sarnelli, Mauro
Link alla scheda completa:
https://iris.uniss.it/handle/11388/73872
Titolo del libro:
L'«incipit» e la tradizione letteraria italiana
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